Georgia. Do it by yourself

Qualche tempo fa vi abbiamo raccontato con un reportage la scena artistica nelle capitale dell’Azerbaijan, Baku. Ora siamo andati nel Paese confinante, la Georgia, per capire come si muove Tbilisi. Dove, invece del Governo, sono le istituzioni indipendenti e i centri privati che lavorano per far crescere la scena dell’arte contemporanea nel Paese e proiettarla a livello internazionale.

di Lisa Chiari e Roberto Ruta

da Artribune magazine di giugno-luglio 2014
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La notizia di qualche settimana fa che il Ministero della Cultura georgiano ha cancellato la partecipazione nazionale alla Biennale di Architettura di Venezia ha sollevato preoccupazioni, critiche e gossip tra gli esponenti della scena artistica e culturale del paese. La vicenda e’ evoluta con un colpo di scena dietro l’altro. Da ultimo l’artista Tamuna Chabashvili, l’antropologa Data Chigholashvili e l’architetta Gvantsa Nikolaishvili, assieme alle curatrici Lucrezia Cippitelli e Katharina Stadler, hanno annunciato di voler continuare a lavorare in squadra e completare Tblisi In/Sights, il progetto presentato e selezionato un paio di mesi fa per la 14^ Biennale diretta da Rem Kolhaas. Lo hanno dichiarato sul blog Artleaks: “lo presenteremo alla Nectar Gallery di Tbilisi nell’ottobre del 2014. Crediamo fermamente nella forza e nella struttura di questo progetto, e il fatto che la partecipazione alla Biennale sia stata cancellata ci ha deluso profondamente. Ma continueremo a lavorarci in autonomia”. Tblisi In/Sights, concepito intorno al tema della Biennale Fundamentals, era piaciuto ai curatori, cosi’ come tanti consensi li ha raccolti la Loggia Kamikaze degli artisti Gio Sumbadze e Thea Djordjadze e curata da Joanna Warsza, selezionata e presentata nell’ambito della 55a Biennale d’Arte del 2013. Esempi entrambi di creativita’, professionalita’ degli artisti e ampia visione internazionale. Questa volta pero’ il Padiglione della Georgia non sara’ visitabile a Venezia. Il progetto prevedeva la costruzione di uno spazio di interazione fisica con il territorio: l’interno di una casa e un archivio personale, un progetto aperto, in divenire, inserito perfettamente nel territorio veneziano, frutto di una residenza a Venezia di alcuni mesi. Il Ministero della Cultura aveva previsto, in aggiunta, la collaborazione anche dell’artista Khatuna Khabuliani, con la sua Mirror Facade Structure. Inizialmente solo il primo progetto e’ stato escluso e ritenuto inammissibile; successivamente – e inaspettatamente – e’ arrivata la cancellazione totale. Adesso gli artisti si chiedono dove finiranno i fondi che erano stati allocati per questo progetto – in tutto 60.000 euro, in parte messi assieme dalla stessa squadra di artisti e curatori – e chiedono spiegazioni. “Le comunicazioni estremamente vaghe del ministro hanno procurato molte tensioni: un approccio piu’ chiaro e un interesse generale a collaborare trasversalmente per contribuire al successo del Padiglione della Georgia avrebbe portato a un grande risultato a livello internazionale”.

“Incidenti“ come questo sono tipici di contesti politici e culturali complessi e al tempo stesso in profonda trasformazione. Per la scena artistica di un paese come la Georgia, che ha ottenuto l’indipendenza dal regime sovietico nel 1991, e che ha vissuto per anni nella totale mancanza di stimoli per la creativita’ individuale, dove la figura dell’artista era annullata nella sua individualita’, quella che si sta prospettando per i prossimi anni e’ la sfida piu’ grande: affrancarsi da un periodo di profonda stasi per recuperare fiducia e ricominciare da capo.

La sua capitale Tbilisi è bella e caotica: graziosamente classica in certi quartieri, brutalmente comunista in molti edifici pubblici e strutture residenziali, tremendamente decadente e affascinante al tempo stesso in molti angoli e piazzette del centro, piena di parchi e viali alberati. A visitarla si respira una carica di ottimismo, grazie anche a un popolo friendly e orientato al piacere (è risaputo che le cene conviviali a casa di una famiglia georgiana possono durare ore e ore, tra un gaumardjos, un brindisi, e l’altro), e tutto sembra una lezione di trasformazione. Dieci anni fa l’elettricita’ qui era un lusso, oggi le sue nuove architetture di notte scintillano di migliaia di luci al Led: come il Ponte della Pace, l’opera pubblica diventata il simbolo del nuovo corso del paese, che nel cuore della città congiunge le due sponde del fiume Mtkvari, firmata dall’architetto italiano Michele De Lucchi, che a Tbilisi ha progettato negli ultimi anni anche il nuovo palazzo presidenziale e il ministero degli Interni. I cantieri sono ovunque, come se la citta’ si stesse preparando per le Olimpiadi. Le strade ventose della città vecchia pullulano di bar e ristoranti, come quelli di Rue Chardin, diventata in pochi mesi una delle strade più alla moda della città, in cui gli abitanti di Tbilisi si mescolano ai turisti e agli internazionali che lavorano qui, in un’atmosfera da movida operosa. I profumi di Tblisi sono piu’ intensi di quelli di Parigi, sanno di pane fresco, di fumo di sigaretta, polvere di terra e di ferro dei cantieri e anche di uva. I georgiani rivendicano infatti di aver inventato il vino: sembra che qui esistano almeno 500 varieta’ di uva, e la produzione locale e’ esportata in tutto il mondo.

La faccia del paese è stata trasformata nell’arco di una notte, grazie all’ascesa al potere dell’ex premier Misha Saakashvili e alla sua pacifica Rivoluzione delle Rose, che nel 2003 ha rimpiazzato il leader di lungo corso Shevardnaze, azzerando in poche settimane corruzione e criminalità. Oggi, sei anni dopo la guerra tra Russia e Georgia, scoppiata per placare le regioni secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud, e che ha attirato l’attenzione dei media internazionali, questo paese continua nel suo tortuoso percorso di modernizzazione.

“Con una posizione geopolitica di importanza strategica, crocevia tra Europa, Russia e Asia centrale, per la Georgia questo e’ il momento di fare delle scelte – scriveva il New York Times in un report di qualche mese fa – di portare avanti riforme che mostrino in modo trasparente la capacita’ di governare, e un’apertura piu’ ampia a collaborazioni in ambito economico e culturale con l’Occidente”. Ma le sue scelte politico-culturali non sembrano ancora andare in questa direzione, e l’episodio del Padiglione alla Biennale di Venezia non è un atto isolato. Sempre il Ministro della Cultura ha autorizzato di recente la compagnia di proprieta’ russa RMG Gold a fare escavazioni nel sud della Georgia, a Sakdrisi-Kachagiani, sito considerato dagli archeologhi come una delle miniere d’oro piu’ antiche del mondo, con resti e oggetti risalenti al III millennio a.c, e questa decisione ha portato alla rimozione del vice-ministro della cultura, Marine Mizandari, che assieme ad artisti ed attivisti come Group Bouillon, Kote Jincharadze e altri, si stava battendo per preservare il luogo.

La mancanza di attenzione da parte delle istituzioni nel supportare i progetti culturali e artistici e nel sostegno agli spazi espositivi sembra essere il problema più macroscopico, il fattore che blocca lo sviluppo dell’arte e la valorizzazione dei talenti. E’ infatti in gran parte grazie a iniziative personali di artisti e curatori, a istituzioni autonome e indipendenti dal governo, che la scena dell’arte contemporanea in Georgia si sta mantenendo viva. Uno dei pochi musei pubblici, la National Gallery di Tbilisi e’ stata chiusa a lungo, e dalla sua riapertura manca di investimenti in nuove acquisizioni. Possiede una buona collezione di opere dei primi anni del XX secolo, tra cui una vasta selezione di dipinti del primitivista Niko Pirosmani, considerato il pittore piu’ famoso del paese, celebre per aver affrescato le facciate delle case della citta’ vecchia con scene di tavolate conviviali.

Una delle piu’ importanti iniziative private nata negli ultimi anni e’ sicuramente il CCAT Centre for Contemporary Art–Tblisi. Fondato e diretto dal curatore e artista indipendente Wato Tsereteli, presenta un programma di mostre, offre residenze ad artisti, e corsi per studenti in varie discipline. “In Georgia, quando ho cominciato a interessarmi al mondo dell’arte non c’era niente, nessun supporto a livello istituzionale – ci racconta Wato durante una nostra visita al CCAT. Dopo aver aperto un centro dedicato alla fotografia e vari altri tenativi (vedi box nella pagina), nel 2007 e’ riuscito a ottenere da una banca privata la bellissima location lungo le rive del fiume Mtkvari dove sorge attualmente il centro, e che un tempo ospitava un’azienda di servizi. Assieme al suo team ha poi raccolto fondi da artisti e agenzie governative internazionali, come la Swiss Agency for Development and Cooperation, per poter risistemare gli spazi e aprire il centro. “Essere riusciti ad avviare un’iniziativa privata, senza il supporto del governo, ma che non fosse qualcosa di underground, è stato motivo di grande soddisfazione. Ho sentito per la prima volta che il termine democrazia non ha solo a che vedere con le elezioni, ma piuttosto con la responsabilita’ e l’impegno del cittadino, di tutti noi, nel costruire qualcosa di importante per la societa’”. Mentre visitiamo il centro, costituito da una galleria espositiva al piano terra e da aule e stanze dedicate ai corsi e alle residenze al primo piano, Wato ci racconta che il CCAT si focalizza su un programma di mostre ma che continua a investire molto su progetti di formazione, con una struttura di master di diversi livelli in piu’ discipline. “La parte di educazione per adulti viene finanziata da un’organizzazione tedesca, la TVV International – continua Wato – mentre un’organizzazione privata austriaca supporta le attività di ricerca del centro, e ora stiamo cercando di ottenere dal Ministero della Cultura un supporto costante su alcuni progetti, e dovremmo riuscirci. Per me questo centro e’ un modello di come l’arte e l’educazione debbano andare di pari passo, di come un progetto universitario possa essere collegato a un museo. Una regola del centro è che ogni artista che viene qui a fare una residenza, debba in qualche modo essere coinvolto anche nell’insegnamento dei corsi dei master”. La formazione accademica pubblica è unanimamente considerata scarsa e inefficace. “A Tblisi abbiamo un’Accademia ma purtroppo gli studenti fanno solamente lezioni teoriche, senza attivita’ pratica, e tutto in modo totalmente decontestualizzato, senza studiare la storia, la politica, la geografia del paese. E’ uno spreco di energia e di soldi, e non porta gli studenti a sviluppare una coscienza reale delle cose”. La pensa allo stesso modo anche Nini Palavandishvili, curatrice e una delle menti dietro a GeoAIR, istituzione fondata nel 2007 e altro fiore all’occhiello tra le realta’ indipendenti che operano nel paese. “L’Accademia non invoglia gli studenti ad aprirsi, ad approfondire l’arte contemporanea di altri paesi, a essere curiosi. Nonostante oggi grazie a internet ognuno possa capire cosa gli accade intorno, questo comunque non basta. Purtroppo ai vernissage delle mostre in città, agli workshop che vengono organizzati, la partecipazione è piuttosto limitata. Forse la questione è che in Georgia l’arte contemporanea è un ambito ancora di nicchia”. GeoAIR sta facendo la sua parte per ampliare gli orizzonti. Fondata nel 2007, da un’idea dall’artista Sophia Tabatadze, con sede in un piccolo appartamento di una via secondaria poco dietro Rustaveli Avenue, il viale più elegante della città, GeoAIR porta avanti diverse attivita’: organizza un programma di residenze d’artista, in partnership con diverse altre istituzioni internazionali, ha strutturato e aggiorna l’unico archivio esistente di tutti gli artisti georgiani contemporanei, e realizza progetti artistici legati agli spazi pubblici di Tblisi, con un approccio socioantropologico e partecipativo (vedi box nella pagina). Anche GeoAIR è finanziata da una rete di partnership internazionali. “Per le nostre residenze collaboriamo con istituzioni olandesi e con la sede georgiana della Soros Foundation. Cerchiamo di far interagire quanto più possibile gli artisti internazionali che invitiamo con gli artisti e i curatori locali: cerchiamo di far nascere collaborazioni, perché in molti casi sono gli sviluppi e la sostenibilità gli aspetti più interessanti”.

Se in Georgia, a differenza per esempio dell’Azerbaijan che sta vivendo una fase di forti investimenti nell’arte contemporanea, mancano fondi e manca anche la consapevolezza del governo dell’importanza di sostenere la cultura, nei fatti non esistono nemmeno leggi che regolino le donazioni culturali e le possibili detrazioni per la sponsorizzazione dell’arte. “In questa prospettiva – aggiunge Wato Tsereteli – è un nostro dovere articolare bene i progetti, per riuscire a far capire, non solo ai funzionari governativi ma anche ai privati, la loro importanza, e il perché dovrebbero finanziare iniziative artistiche. In generale il livello professionale è ancora basso, siamo un paese giovane e da poco indipedente. C’è ancora bisogno di tempo per renderci conto delle nostre potenzialita’, mettere assieme buone proposte, e far capire l’importanza della cultura per la crescita del paese”. Nel 2011 l’artista e fotografo georgiano Guram Tsibakhashvili, frustrato per la mancanza di spazi dedicati all’arte contemporanea ha deciso di costruire un museo con scatole di cartone, un’installazione e al tempo stesso un atto di protesta contro la mancanza di interesse e di investimento del governo nell’arte contemporanea.

Il fatto che Tblisi non abbia un museo permanente di arte contemporanea e’ un altro dei nodi critici che la citta’ e il sistema culturale devono affrontare. “Mi piacerebbe tanto che anche qui ci fossero spazi espositivi come l’Heydar Aliyev Center da poco inaugurato a Baku, in Azerbaijan – ci racconta Nini Palandashvili, nel salottino della sede di GeoAir, incastonata nella vecchia Tbilisi – ma nei fatti non credo che in Georgia ce ne sia bisogno. Ci sono cosi’ tanti spazi che potrebbero essere utilizzati, che non occorre avere una nuova architettura firmata da una star come Zaha Hadid. Per me e’ molto importante investire fondi in contenuti, nella crescita dei giovani, piuttosto che in bellissime architetture. Meglio riconvertire un’edificio dell’epoca sovietica. Anche perché a cosa serve avere un’architettura scintillante, se poi non hai contenuti da esporre?”. “Penso che prima di tutto occorra mettere assieme una vera collezione – aggiunge Wato Tsereteli – cercando di recuperare tutta l’arte dagli anni ’80 ai 2000, che e’ andata perduta o che e’ danneggiata, e successivamente trovare un luogo dove esporla. Sono per un’evoluzione graduale, non mi piacerebbe che ci fosse a Tblisi un museo importante solo per la sua architettura”. E poi manca una riflessione analitica sulla storia recente e sulle pratiche artistiche del presente. “Un museo servirebbe anche a conservare le opere degli artisti georgiani piu’ importanti degli ultimi decenni. Permetterebbe di fare ricerche e di avere un approccio piu’ analitico al fare arte”, aggiunge Nini. “Anche perche’ non esistono ancora riviste di arte contemporanea e una documentazione in lingua georgiana, che permetta ai giovani di fare ricerche e approfondire”.

E alla nostra domanda sul ruolo dell’arte contemporanea oggi in Georgia, Wato ci risponde che “il problema, come in tutto il Caucaso, e’ che durante il regime Sovietico non esisteva un pensiero indipendente, la creativita’ e la fantasia dell’individuo venivano completamente azzerate. Per me il ruolo dell’arte contemporanea oggi e’ proprio quello di aiutare l’individuo a recuperare fiducia in se’ stesso e a capire che puo’ fare anche senza l’aiuto del governo, con la creativita’ e le idee”. E nei fatti le attivita’ di istituzioni autonome come il CCAT e GeoAir sono una specie di performance in se’ stesse, un modo per dimostrare come portare avanti un’iniziativa privata in modo creativo. Rispetto alla situazione del vicino Azerbaijan, in Georgia dunque le condizioni della cultura e dell’arte contemporanea sono ben diverse. “E’ vero che entrambi i paesi hanno un ingombrante passato sovietico, ma la scena dell’arte contemporanea azera e’ in grande evoluzione soprattutto grazie a forti investimenti statali in musei e fondazioni – conclude la curatrice Nini Palavandishvili – e non esiste arte contemporanea che non sia in qualche modo legata a iniziative governative. Qui possiamo dire di essere piu’ liberi, ma c’e’ ancora tanto da fare”. Vista in questa prospettiva in divenire la Georgia e’ un paese molto stimolante. “Siamo privilegiati – conclude la nostra chiacchierata Wato Tresteli – abbiamo ancora tutto da costruire. In Europa avete tutto, avete tradizioni millenarie che per certi aspetti possono essere anche una prigione. Da noi questo non c’e’, dobbiamo ricominciare da capo, e abbiamo l’occasione di sviluppare un nostro concetto di arte”. E tra un brindisi e l’altro la storia continua, con nuove sfide da affrontare giorno per giorno.

 

 

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Il Center for Contemporary Art Tblisi (CCAT)
Il CCAT è un’organizzazione no-profit indipendente, il cui obiettivo principale è quello di sostenere lo sviluppo dell’arte contemporanea in Georgia e in tutto il Caucaso. Diretto e fondato nel 2007 da Wato Tsereteli, curatore ma anche artista e musicista appassionato. “All’inizio abbiamo aperto un centro di fotografia dove abbiamo organizzato diverse mostre anche con artisti europei – racconta Wato – assieme ad attivita’ educative. Nel 2005 credevo che avrebbe funzionato meglio un contesto piu’ informale, e allora ho aperto un bar dove facevamo party ogni weekend, e al tempo stesso mostre sia di arte che di fotografia. Poi nel 2006, mentre ero a Bucarest per un seminario nel palazzo di Ceaușescu, ho incontrato diversi curatori e personaggi del mondo dell’arte dell’est Europa che mi raccontavano di avere ottenuto spazi gratuitamente da privati. E ho pensato che potevo farlo anch’io: e’ cosi’ che ho ottenuto da una banca privata l’attuale sede del CCAT, lungo le rive del fiume Mtkvari nel cuore di Tblisi”. Il centro agisce come hub in Georgia, ponte di collegamento tra organizzazioni con gli stessi obiettivi in altre parti del mondo, e vuole stimolare la ricerca nell’ambito della cultura visiva contemporanea. “Uno dei nostri progetti piu’ importanti – afferma Wato Tsereteli – è focalizzato sul recupero dell’arte rimossa in epoca sovietica, e in gran parte dimenticata a causa della censura. E’ tempo per la Georgia di iniziare a confrontarsi con il suo passato travagliato”. Le principali attivita’ del centro sono quattro: espositiva, di ricerca, networking e formazione. Nella galleria di 150 mq, si organizzano fino a 8 mostre l’anno e un progetto audio-video ogni 4 mesi. Uno dei focus prioritari al momento per CCAT e’ l’educazione degli studenti, attraverso corsi che il fondatore definisce Informal Masters, con lo scopo di fornire un’educazione alternativa all’Accedemia d’arte di Tblisi, considerata troppo teorica e spesso decontestualizzata. Al momento sono attivi 6 corsi: mediation and context production, audio & sound art, fotografia, pittura e disegno, video art e scrittura critica. Nell’intenzione del fondatore Wato Tsereteli e della sua squadra, il CCAT dovrebbe diventare sempre di piu’ una risorsa vitale e imprescindibile per la scena culturale di Tbilisi. L’entusiasmo del team, gli spazi e i riconoscimenti che stanno ottenendo promettono sicuramente bene.

 

 

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GeoAIR crea network internazionali e valorizza gli spazi pubblici

 

GeoAIR e’ stata fondata nel 2007 a Tblisi da quattro giovani donne, Sophia Tabatadze, Nini Palavandishvili, Sophia Lapiashvili e Data Chigholashvili. L’organizzazione gestisce e sostiene progetti di scambio internazionale con l’obiettivo di rafforzare il mondo dell’arte in Georgia e in tutto il Caucaso, riuniendo artisti provenienti da diversi background culturali e cercando contesti di progettualita’ comune. “Lavoriamo insieme ai soggetti e le organizzazioni internazionali che condividono i nostri stessi obiettivi”, racconta una delle fondatrici Nini Palavandishvili. “E’ un progetto multidisciplinare che prevede la salvaguardia dei monumenti storici, per i quali coinvolgiamo per esempio studenti di antropologia; realizziamo poi interventi in spazi pubblici, con i quali cerchiamo di comunicare con la gente e coinvolgerla il piu’ possibile. Oltre a questo, dal 2010, abbiamo attivato un importante progetto di residenze d’artista, come evoluzione naturale del nostro network artistico”. Per le residenze GeoAIR collabora con istituzioni olandesi come il Prins Claus Fund, con la Soros Foundation – Open Institute Georgia, con istituzioni francesci e austriache, e offre la possibilita’ ad artisti, curatori e produttori di cultura di vivere per un certo periodo a Tbilisi, e utilizzare questa piattaforma come punto di partenza per costruire reti, incontrare artisti, istituzioni culturali e curatori provenienti dalla regione. “Non siamo semplicemente un ostello ma agiamo da mediatori, da facilitatori di contatti, che vengono poi sviluppati, cercando di rendere il network sempre piu’ sostenibile. Recentemente abbiamo collaborato per la prima volta anche con l’Italia, con il festival Pulse di Schio, con cui realizzeremo uno scambio”. GeoAIR ha realizzato anche il primo archivio-database in assoluto degli artisti georgiani e del Caucaso: si chiama Archidrome’ Contemporary Art Archive, e serve da luogo virtuale e fisico di presentazione degli artisti e dei loro portfolio, un luogo di ricerca, di incontri, dibattiti e presentazioni pubbliche.

Tra i vari progetti a cui l’organizzazione lavora in questo momento c’e’ anche Cooking Imaginations. Tbilisi migrant stories, sul tema dello sradicamento e della vita delle comunita’ di immigrati di Tbilisi, che attraverso il medium del cibo e delle tradizioni culinarie raccontano le loro storie personali, con interviste, cooking show aperti al pubblico e interventi in televisione. E per il progetto SPACES, dedicato agli spazi pubblici, GeoAir sta mappando i mosaici dell’era Sovietica in citta’, a rischio di distruzione e scomparsa: un lavoro intenso di ricerca e di documentazione visiva delle opere, e degli edifici del modernismo Sovietico, per preservare la cultura del paese e lasciarla alle generazioni furure, per il quale hanno coinvolto anche l’artista e ricercatore ucraino Oleksandr Burlaka. “GeoAIR – ci racconta con entusiasmo Nini – e’ una finestra che ti dà l’opportunità di guardare da questa parte della barricata, per condividere esperienze e attivare un confronto, che possa essere di beneficio sia agli artisti internazionali interessati a questa zona del mondo, sia ai curatori, agli artisti e al pubblico locale”.